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'TRACCIA DI UN LIBRO' di Michele
(Estate 2014)

“Mappa mundi” di Domenico De Masi

Ho saputo dell'esistenza di questo libro guardando la trasmissione di RAI3 “Il pane quotidiano”. Il titolo mi aveva indotto a ritenere che il libro fosse pieno di carte geografiche, dati statistici e istogrammi sulla situazione economica, politica, religiosa e sociale di molti paesi del mondo. Perciò quando ne ho sfogliato qualche pagina in libreria ho dovuto ricredermi: i dati ci sono ma in forma discorsiva.
Dopo l'acquisto, osservando l'indice e leggendo le prime pagine, la voglia di andare avanti nella lettura è andata crescendo.
Il sottotitolo è “Modelli di vita per una società senza orientamento”.
Quale società? Andando in giro per il mondo il De Masi si è accorto che l'assenza di orientamento è molto comune. E' la società globale che è disorientata e ha bisogno di un nuovo modello di vita.
I modelli sono 15, uno per capitolo. Vale la pena elencarli:
1. Umanesimo spirituale (modello indiano)
2. La grandezza composta (modello cinese)
3. La finezza del guerriero (modello giapponese)
4. Saggezza e bellezza (modello classico)
5. Popolo di Dio (modello ebraico)
6. La felicità non è di questa terra (modello cattolico)
7. Fede e conquista (modello musulmano)
8. Grazia e rigore (modello protestante)
9. Ragione e progresso (modello illuminista)
10. Mano invisibile e spregiudicata (modello liberale)
11. Produrre per consumare (modello industriale capitalista)
12. Riformismo, cooperazione, felicità (modello industriale socialista)
13. Rivoluzione, collettivismo, terrore (modello industriale comunista)
14. Società programmata e virtuale (modello postindustriale)
15. Il futuro è arrivato (modello brasiliano)
Questi sono i modelli scelti dal De Masi col proposito dichiarato di estrarre da ognuno le migliori e le peggiori qualità al fine di elaborare un nuovo modello adatto al futuro dell'umanità.
“Occorre dunque mettersi al lavoro – propone il De Masi a sé e a chi fosse interessato al progetto – per rivisitare criticamente i tragitti già sperimentati nella storia umana e trarne indicazioni per il futuro.
La mappatura dei principali modelli di vita finora collaudati dall'umanità esige un atto di imperdonabile superbia. Ma, come diceva Federico Garcia Lorca, 'todos llevamos dentro un grano de locura, sin el cual es imprudente vivir', tutti ci portiamo dentro un granello di follia, senza il quale è imprudente vivere”.
In ogni capitolo l'Autore spiega chiaramente le caratteristiche del modello trattato, fornisce dati sul tipo di società, di religione, di politica, di economia che il modello propone e, in un apposito paragrafo, spiega perché “non possiamo non dirci indiani, cinesi, giapponesi”, ecc., sull'esempio del “Perché non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce, il quale pubblicò il libello con questo titolo su un giornale nel 1942, in un momento cruciale della seconda guerra mondiale, che il filosofo vedeva come uno scontro tra due diverse civiltà: una vicina ai valori del cristianesimo e l'altra, quella del nazi-fascismo, ispirata al paganesimo e alla violenza barbarica. L'atteggiamento è lo stesso ma il significato del messaggio di De Masi è un po' diverso: tutti i sistemi di civiltà, in tutti i tempi dell'evoluzione umana, hanno concorso e concorrono ad una cultura e a una Storia da cui tutti potremmo trarre insegnamenti per un futuro felice che, nel tempo in cui viviamo, stentiamo a intravedere e temiamo di non riuscire a progettare.
Fornisco qui, a titolo esemplificativo, un riassunto approssimativo di quanto il De Masi dice a proposito dei primi quattro modelli in elenco.


1. Modello indiano (umanesimo spirituale)
L'India, nel 1901, aveva una popolazione di 238 milioni di cui solo il 10% nelle città. Nel 2001 ne aveva 1 miliardo e 214 milioni, il 30% in città. Di questi, 80 milioni sono benestanti o ricchi. Fuori dell'India vivono altri 20 milioni di indiani emigrati in paesi orientali, negli USA, in Canada e in Gran Bretagna, con un patrimonio di 300 miliardi di dollari. Il 60% degli indiani vive con meno di 2 dollari. Il 50% sono agricoltori ma, a causa dell'arretratezza dei mezzi e metodi, contribuisce per meno del 20% al PIL nazionale, il quale è formato per il 26% dall'industria e per il 55% dai servizi.
Dopo un'economia di tipo socialista, con la svolta liberista avvenuta dopo il crollo del muro di Berlino l'India ha raggiunto il 5° posto nella graduatoria delle economie mondiali, ma con differenze economiche e sociali scandalose.
Il reddito pro capite annuo è di 1400 dollari (contro i 4500 della Cina e 11.000 del Brasile).
In che cosa consista l'apporto indiano alla ricerca di un nuovo modello di vita il De Masi lo dice con una citazione di Federico Rampini: “L'India è la più vasta democrazia esistente al mondo, un esempio di pluralismo e di tolleranza unico per quelle dimensioni. Ha un sistema politico-istituzionale capace di tenere assieme nella libertà un subcontinente popolato da una miriade di gruppi etnici con differenze linguistiche e di religioni, oltre che immensi dislivelli socio-economici. Se si guarda ai numeri è l'India - non il Medio Oriente o l'Europa – il più grande laboratorio dove si sperimenta giorno per giorno una convivenza tra l'Islam e le altre religioni, sotto uno stato di diritto e all'insegna della laicità. Il boom economico dell'India può aumentare il fascino del suo modello ed 'esportare' nei Paesi emergenti quei valori liberaldemocratici di cui noi occidentali ci crediamo gli unici depositari”.


2. Modello cinese (la grandezza composta)
La cina ha attualmente una popolazione di 1 miliardo e 400 milioni: 40% agricoltori, 27% industriali (tra operai e manager che producono a basso costo energia elettrica, acciaio, automobili, calzature e molto altro per tutto il mondo), 33% occupati nei servizi (venditori ambulanti, risciò, università, laboratori, atelier, ingegneri, architetti, designer professionisti, artisti, stilisti).

Il modello cinese, fatto di grandi capacità organizzative ma anche di ritardi nel rispetto dei diritti civili, secondo il De Masi, non può essere adottato in blocco per tutta l'umanità.
“Tuttavia un popolo di tradizioni millenarie, che ha sperimentato la potenza, le invasioni, le guerre intestine, la colonizzazione, l'occidentalizzazione, il comunismo, la Rivoluzione culturale e ora l'industrializzazione forzata, il consumismo e la globalizzazione, ha comunque da insegnare tante cose al mondo. La Cina sta realizzando il più grande esperimento di sviluppo economico mai tentato dall'umanità. Può dunque insegnarci come si progetta il futuro di enormi masse, prevedendone i comportamenti e anticipandone le reazioni per migliorare gli effetti e ridurre i costi dello sviluppo.
Finora, nella storia umana, ogni progresso ha comportato numeri intollerabili di vittime e, di fronte a questa regola disumana, la Cina non ha fatto eccezione. Però, imparando dai suoi successi e dai suoi errori, forse sarà finalmente possibile progettare un progresso senza vittime”.
Inoltre, secondo l'Autore, “dall'anima confuciana della Cina possiamo imparare lealtà ed empatia, benevolenza e saggezza, modestia e sincerità, lealtà e gentilezza, serenità interiore e integrità morale, capacità di indignarci di fronte all'ingiustizia, attitudine ad anteporre gli interessi della collettività e della famiglia a quelli del singolo, rispetto della dignità umana e dell'integrità della natura, sobrietà nella conquista dei ruoli sociali, rinunzia a un benessere illusorio e infinito”.
E ancora “dall'anima taoista della Cina possiamo apprendere la spontaneità, il controllo dei desideri, la meditazione, le tecniche respiratorie, l'onestà nel riconoscere i nostri errori, il proposito di evitare ogni eccesso, la prontezza nello svolgere azioni umanitarie, la ricerca dell'essenziale e la liberazione dal superfluo, l'autodisciplina e la professionalità, l'intransigente rispetto per la natura”.


3. Il modello giapponese (la finezza del guerriero)
Il Giappone ha una popolazione di 127 milioni di abitanti. I giapponesi sono i più longevi del mondo: gli uomini hanno un'aspettativa di vita di 80 anni, le donne di 87 anni.
Attualmente il Giappone è sceso dal 2° al 3° posto per l'economia, dopo gli USA e la Cina. Il 72% del PIL proviene dal settore terziario (servizi): banche, commercio, ricerca scientifica, comunicazioni, intrattenimento. Il 27% proviene dal settore secondario: industria automobilistica, elettronica, strumenti musicali e per l'intrattenimento. Solo il 4% del PIL proviene dal settore primario: l'agricoltura.
Tutte le famiglie hanno la TV a colori, tutti gli abitanti almeno un cellulare, 1 su 2 è abbonato a Internet.
Dice il De Masi che nell'anno 1001 il Giappone “buddista da quattrocento anni, era già pronto a incamerare spunti, suggestioni, idee dalle culture di tutto il mondo. Oggi il suo modello di vita è un sincretismo di usi e costumi asiatici, europei e americani: basti pensare che la musica J-Pop è una costola della pop-music americana ed europea o che molti prodotti tecnologici realizzati in Giappone contengono un brevetto americano e ne pagano le royalties ai laboratori statunitensi. A sua volta il Giappone ha colonizzato l'Occidente con le sue automobili, i suoi prodotti tecnologici e informatici, i suoi strumenti musicali, i suoi fumetti, i suoi cartoni animati, i suoi videogiochi”.
I contributi del Giappone ad un nuovo modello sono “la tenacia, prima di tutto, e la forza per rinascere da ogni disgrazia; poi la preoccupazione concreta di ridurre le distanze tra ricchi e poveri e di assicurare a tutti i cittadini un'ottima assistenza sanitaria; l'amore per l'istruzione di ognuno e per la lettura; l'investimento nella ricerca scientifica, la meritocrazia; il lavoro di gruppo e la partecipazione alle decisioni; l'attenzione maniacale alla qualità dei prodotti e dei servizi; la managerialità” e molto altro ancora, fino alla “infinita consistenza del respiro” mutuata dal taoismo. Per i giapponesi le virtù fondamentali sono “la semplicità, la serenità, l'umiltà, la leggerezza la vitalità, l'armonia, la tranquillità, il distacco, la distinzione, la modestia”, dando sempre “la precedenza al benessere della comunità”.


4. Il modello classico (Saggezza e bellezza)
Parlando dei popoli antichi, evidentemente, non si può dire molto riguardo al tipo di economia e di società, se non che tutto si fondava su una folta schiera di schiavi e su una minoranza di uomini liberi capaci di usare armi contro i popoli vicini, per ucciderli, distruggere le loro città e spogliarli dei loro averi.
Eppure in questo tipo di società nacque la democrazia ateniese, che ancora oggi può essere presa a modello per le democrazie moderne. E in Atene, al tempo di Pericle, vivono uomini geniali come Sofocle, Erodoto, Euripide, Socrate, Aristofane, Pindaro, Senofonte, Platone, Diogene, Demostene, Aristotele, Teofrasto e tanti altri politici, filosofi, poeti, storici, autori di tragedie e commedie.
“Tutti questi geni – dice il De Masi – ri-creano l'uomo stesso, conferendogli un senso, una missione e un significato nuovi; esplorano spazi illimitati di bellezza e di verità: propongono all'umanità i vantaggi della convivenza democratica; concepiscono l'idea temeraria che l'uomo sia più forte del suo stesso destino...e sia in grado di gareggiare con gli dei dell'Olimpo, uscendone vincitore”.
“Questa esplosione creativa” che da Atene si estende a gran parte della Grecia va attribuita “a una fortunata serie di circostanze favorevoli: la forma partecipativa della sua democrazia, le piccole dimensioni della polis, l'ampia disponibilità di schiavi a cui affidare le mansioni esecutive e la conseguente abbondanza di tempo libero, le strutture (agorà, teatri, templi) pensate in funzione dell'arte e della cultura...”.
Nella civiltà classica, oltre che Roma e Atene, il De Masi include anche l'Umanesimo e il Rinascimento italiano.
Quindi “non possiamo non dirci classici perché ce lo impongono le nostre radici, ce lo impone il Mediterraneo con il suo incrocio di razze, religioni ed esperienze, ce lo impone la forma del nostro pensiero, improntata alla logica di Aristotele, all'equilibrio di Adriano, al diritto di Giustiniano”.

Da qui in poi, fino all'età dell'Illuminismo, della rivoluzione industriale e della nascita di nuove teorie e movimenti politici ed economici come il capitalismo, il socialismo, il comunismo e poi fino alla nostra età post-industriale, il De Masi mostra come, in tutte le società del mondo, il potere della classe borghese, occupando il vuoto lasciato dalla decadente aristocrazia, non abbia avuto, se non in minima parte, alcuna influenza sull'acquisizione dei diritti civili da parte degli ultimi della terra e anzi abbia allargato sempre di più la distanza socio-economica tra ricchi e poveri.


Sperando di averne dato un'idea sufficiente a suscitare almeno un minimo di curiosità, tralascio i restanti 11 modelli di vita, lasciando a chi vorrà il gusto di leggerli tutti. Ora, come faccio di solito, voglio scegliere qualche passo che a me è sembrato di fondamentale interesse. Ma, per dire tutta la verità, i passi che cito qui sotto sono quelli che mi piacciono di più, che richiamano, in positivo o in negativo, le mie tendenze libertarie e ugualitarie. Il libro invece parla di storia e di modelli sociali, economici e politici che molti pensatori hanno cercato di costruire e che lo stesso De Masi propone per ricavarne un valido modello per il futuro.


Nel capitolo dedicato al modello liberale l'Autore spiega:
“In realtà, fedeli al laissez faire, i liberali non hanno mai coltivato l'idea di giustizia distributiva perché convinti che il mercato e l'ordine sociale si autoregolino grazie al provvidenziale intervento della mano invisibile [teoria lanciata da Adam Smith (1723-1790) n.d.r]. Su questo versante il liberalismo si è limitato quasi solo a proclamare l'uguaglianza delle opportunità con cui garantire a tutti le stesse chances di successo al momento della partenza, e la meritocrazia grazie alla quale ognuno dovrebbe ricevere in proporzione dei propri meriti.
In fin dei conti, la convinzione sottesa a tutta l'idea liberale è che le disuguaglianze esisteranno sempre e la povertà non potrà mai essere debellata. Su questo punto il liberalismo concorda con uno dei suoi nemici più accaniti – la chiesa cattolica – che, come abbiamo visto, fin dall'enciclica Rerum novarum di Leone XIII, esplicitamente nega la possibilità di eliminare il dolore e la povertà da questa terra, trattandosi di conseguenze ineluttabili del peccato originale” (pag. 383, 384).

Alle osservazioni del De Masi riguardo al liberalismo mi permetto di aggiungerne una mia, sia pure rozza e brutale: come si può individuare il “momento della partenza” o quello di arrivo nella vita di un essere umano? Io, come essere umano, mi sento sempre all'inizio e mai alla fine. A volte mi piace dare e ricevere, a volte no. Ma pretendo che le istituzioni umane, se hanno un senso, aiutino tutti ad affrontare i problemi della vita, soprattutto quelli che non ne hanno le capacità. Chi cade deve essere aiutato a rialzarsi. L'istituzione che non lo fa commette almeno il reato di omissione di soccorso, ma anche quello di violazione di diritti fondamentali, e dovrebbe essere processata e punita.


Riporto qui un altro passo del capitolo dedicato al modello liberale:
“Al colonialismo armato di strumenti bellici e rapina di materie prime – dice il De Masi esponendo il pensiero di Pierre Bourdieu (1930-2002) - si è sommato un colonialismo armato di strumenti astratti e razionali per cui i Paesi forti e le imprese multinazionali impongono ai Paesi deboli e alle industrie locali i loro criteri giuridici e manageriali.
Con la stessa sfacciata tracotanza, mentre viene verbalmente celebrata come irrinunziabile civilmente ed economicamente la laboriosità, l'istruzione, la cultura, la prestanza fisica, la formazione professionale, di fatto viene bollato come conservatore e viene represso chiunque – nella scuola, nella ricerca, nel sindacato, nei partiti, nei gruppi di base, negli ospedali, nel cinema, nel teatro, nei media – lotta per il diritto al lavoro, all'istruzione, alla salute, alla cultura, alla ricerca e all'arte” pag. 403.


Illustrando il pensiero di Robert Owen (1771-1858) nel capitolo dedicato al modello industriale socialista l'Autore scrive:
“A quei tempi [nei secoli XVIII e XIX n. d. r.] l'idea corrente tra gli imprenditori era che il proprietario della fabbrica fosse un despota con pieni poteri sulla vita dei dipendenti, della loro nascita e della loro morte. Ai salariati, bambini compresi, andava estorta la massima durata di lavoro giornaliero in cambio di una retribuzione al limite della sopravvivenza.
Owen era di parere opposto: il lavoratore è prima di tutto un essere umano che va istruito quando è bambino e valorizzato quando è adulto. Il profitto va limitato in modo da reinvestire il surplus nel miglioramento dell'azienda. Il successo economico dell'impresa è direttamente proporzionale al benessere dei suoi lavoratori” pag. 512.


Ed ecco altri tre passi riguardanti il modello industriale socialista:
“Nel 1884 Sidney e Beatrice Webb [Sidney Webb 1859-1947, Beatrice Webb 1858-1943 n. d. r.] fondarono a Londra la Fabian Society da cui derivò il Fabianesimo, che si batteva per rendere le classi lavoratrici gradualmente capaci di abolire la proprietà privata e assumere il controllo dei mezzi di produzione, non attraverso la violenza traumatica della rivoluzione predicata dai marxisti ma attraverso un pratico gradualismo socialista capace di modificare le istituzioni, educare le masse, accompagnarle verso l'esercizio del potere diffuso. Non a caso il loro simbolo era la lenta tartaruga e il loro personaggio di riferimento era il temporeggiatore Quinto Fabio Massimo [da cui il nome della Fabian Society n. d. r.]. Come prima tappa verso il socialismo, i fabiani si batterono per un massiccio welfare: estensione delle cure sanitarie, istruzione gratuita per tutti i cittadini, severa normativa contro il lavoro minorile e gli incidenti sul lavoro” pag. 532.


“Bernstein (1850-1932) ha una visione ottimistica circa il graduale riscatto del proletariato. A differenza di Marx ed Engels, non crede che il capitalismo sia sull'orlo di implodere e diffida della soluzione rivoluzionaria sospettando che, a rivoluzione avvenuta, l'esercizio del potere rapidamente conquistato naufragherebbe per l'impreparazione della classe operaia; l'amministrazione della cosa pubblica accentrata nelle mani dello stato degenererebbe in burocrazia; la mancanza dello stimolo economico determinerebbe un crollo della produttività. Tanto vale allora pretendere il suffragio universale, attirare alla causa socialista anche le frange più sensibili della borghesia e ottenere progressive riforme per via parlamentare fino ad annullare la distanza tra le classi e l'esistenza stessa delle classi. In questa marcia progressiva verso il socialismo, il proletariato avrebbe due strumenti dalla sua parte: la cooperazione, con cui partecipare alla produzione e distribuzione di beni e servizi, e il progresso tecnologico che renderebbe sempre più difficile la speculazione finanziaria. Mai Bernstein avrebbe immaginato che proprio la tecnologia, nella sua versione informatica, avrebbe consentito alla speculazione finanziaria di diventare planetaria e quasi imbattibile” pag. 533.


“La crescita della classe media, il sorpasso dei lavoratori intellettuali sugli operai, la globalizzazione, l'assenza di grandi leader e di grandi teorizzatori, l'aggressività dell'economia neoliberista e del capitalismo finanziario senza scrupoli e senza frontiere hanno messo in crisi il pensiero socialista. Ogni progresso fa le sue vittime e, di fronte a un progresso torrenziale come questo, chi progetta il progresso si disinteressa delle vittime e chi difende le vittime non capisce il progresso. Di qui lo stato confusionale che induce la sinistra a negare l'esistenza delle classi, a rinnegare la nobiltà feconda delle sue origini, a confondere le proprie idee con quelle degli avversari in nome di una presunta modernizzazione della politica.
D'altra parte, l'impotenza dei governi di fronte alla disoccupazione crescente, alle grandi ondate migratorie, al divaricarsi della forbice tra ricchi e poveri riporta sul tappeto l'esigenza di un modello socialista che si faccia carico delle libertà civili e dei diritti sociali.
Di fronte a questa ambivalenza del sistema sociale, i socialisti più coraggiosi continuano a sostenere che spetta allo stato intervenire in tutte le funzioni che i cittadini non potrebbero svolgere autonomamente (come la difesa esterna, la sicurezza interna, la gestione monetaria) o che i privati da soli non sarebbero in grado di realizzare senza aggravare le disuguaglianze (come la salute, l'istruzione, la previdenza sociale).
Alcuni socialisti si spingono oltre e intendono la gradualità come un mezzo comunque diretto alla modifica, quanto prima possibile, degli equilibri di potere in favore delle classi disagiate e per la totale eliminazione delle disuguaglianze” pag. 535 – 536.


Dal capitolo sul modello industriale comunista cito i seguenti due passi:
“In realtà Marx ha dedicato tutta la sua riflessione alla critica dell'economia politica allora in auge, senza mai pretendere di elaborare una visione globale della storia come avevano fatto, ad esempio, Vico o Hegel. Dopo la sua morte Engels gli sopravvisse per dodici anni durante i quali cercò di pervenire ad un'interpretazione complessiva del pensiero marxiano e lo etichettò come “materialismo storico”. Da allora in poi con questa definizione mai usata da Marx si intende dire che, secondo il suo pensiero, la storia, prima ancora che dalle idee o dagli uomini, è mossa dai rapporti sociali di produzione, i quali sono di natura squisitamente economica” pag. 566 – 567.

“Terrorizzata dall'incubo del proletariato, che si aggira per l'Europa come uno spettro, la borghesia si rifugia nelle favole: inorridisce di fronte all'idea che i comunisti vogliano abolire la proprietà privata, dimenticando che lei stessa ha escluso dalla proprietà il 90 per cento della popolazione; assicura che con l'abolizione della proprietà privata prenderebbe piede una pigrizia generale, dimenticando che nella società borghese coloro che lavorano non guadagnano e coloro che guadagnano non lavorano; rimproverano ai comunisti di voler distruggere la famiglia, proprio lei che, attraverso il lavoro a tempo pieno, l'analfabetismo forzato, la miseria, ha lacerato tutti i vincoli familiari del proletariato, trasformando i loro figli in semplici articoli di commercio, strumenti di lavoro e di prostituzione; insinua che il comunismo vuole mettere in comune anche le donne” pag. 574.


Dal capitolo del modello postindustriale cito il passo:
“Per Marcuse [Herbert Marcuse 1898-1979 n. d. r.] la società deve essere un'opera d'arte libera e fantasiosa; la civiltà tecnologica in versione liberal-capitalista e quella in versione comunista-sovietica non sono altro che due facce della medesima società repressiva; tutte le classi sociali dei paesi ricchi partecipano, sia pure in misura diversa, allo sfruttamento del terzo mondo da parte dell'imperialismo occidentale; nella società di massa la repressione avviene in forme apparentemente permissive, appiattendo la vita nell'unica dimensione omologante del consumo” pag. 620.

Ancora per il modello postindustriale, nella cultura moderna, secondo Hans Magnus Enzensberger (1929) “gli esseri umani privilegiati sprecano soprattutto per stupire, per intimidire sfoggiando la loro superiorità economica, per ribadire il loro potere e la distanza incolmabile che li separa dalla massa. La quale massa, anziché indignarsi, ama guardare dal bordo delle strade o attraverso il teleschermo le grandi feste di corte, i grandi panfili degli imprenditori, le grandi liturgie papali, le consegne degli Oscar, i matrimoni delle principesse con relative nascite di royal baby” pag. 634.
Invece nella cultura postmoderna “Se il lusso presuppone il possesso e l'ostentazione di cose rare, cosa è raro in un sistema sociale a benessere diffuso? [diffuso nelle classi dei privilegiati n.d.r].
Secondo Enzensberger scarseggiano sei cose: il tempo, soprattutto per gli imprenditori, i manager, i professionisti; l'autonomia, soprattutto per i lavoratori dipendenti; lo spazio, sempre più corroso dal moltiplicarsi della popolazione, dall'ingolfamento del traffico, dalla massa di oggetti inutili che si ammassano nelle nostre case; la tranquillità e il silenzio, minacciati dal frastuono della vita urbana e dalle folle di concittadini che ci impediscono l'introspezione, ci tolgono la solitudine ma non ci danno la compagnia; l'ambiente sano, fatto di aria, acqua e alimenti non inquinati; la sicurezza offerta da un contesto pacifico in cui la simpatia prevale sulla competitività.
A questi beni sempre più rari (e, dunque, sempre più lussuosi) indicati da Enzensberger, io ne aggiungerei almeno altri tre: la convivialità, con cui sconfiggere la solitudine di tutti coloro che, per età, professione o carattere, rischiano un isolamento innaturale e sofferto; l'ambiente creativo, che consente di coniugare la fantasia con la concretezza; la contemplazione della bellezza, che consente di godere per cose anche semplici e non costose” pag. 634-635.


Nel 1954 lo psicologo americano Abraham H. Maslow (1908-1970) aveva espresso una teoria secondo cui l'uomo soddisfa i suoi bisogni seguendo una gerarchia: bisogni fisiologici prima di tutto, poi bisogno di sicurezza fisica ed economica, di amore e di stima, di autorealizzazione e di soddisfacimento intellettuale ed estetico.
Ma nel 1977 la sociologa ungherese Agnes Heller (1929-vivente), nel saggio “L'irriducibile antagonismo dei bisogni” sostenne che “tutti gli esseri viventi, comprese le bestie e le piante, avvertono bisogni di tipo esistenziale (cibo, riposo, riproduzione) connessi alla loro sopravvivenza. Ma la specie umana avverte anche altri bisogni suoi propri. Alcuni di questi attengono alla radice stessa della natura umana (perciò la Heller li chiama 'fondamentali' o 'radicali') e sono il bisogno di meditazione, di introspezione, di amicizia, di amore, di gioco e di comunismo, cioè di convivialità...
Altri bisogni, invece, non derivano dall'intima natura dell'uomo, ma dal tipo di società competitiva che ci siamo costruiti. Perciò la Heller li chiama bisogni 'indotti' o 'alienati' e li identifica con l'aspirazione al potere, al possesso, al denaro, al desiderio di accumulazione quantitativa e interminabile dal momento che questi bisogni tendono a crescere in misura più che proporzionale rispetto al loro soddisfacimento.
A differenza dei bisogni descritti da Maslow, questi indicati dalla Heller non sono scalari ma antitetici: di fronte ad essi l'individuo è costretto a scegliere o a scindersi” pag. 636 – 637.


Nella società post-industriale il lavoro manca e la disoccupazione è in crescita.
“Invece di celebrare come salvifica questa liberazione epocale dal lavoro, eliminando le barriere tra aziende e società e riducendo l'orario di lavoro per tutti [a parità di salario n. d. r.], abbiamo creato le premesse per ampie sacche di disoccupati e di neet (Not in Education, Employment or Training) che convivono gomito a gomito con persone che si ammazzano di lavoro dieci ore al giorno. Ma c'è un altro paradosso denunziato già una trentina di anni fa da un'inchiesta francese (Lavorare due ore al giorno del gruppo Adret): non solo i disoccupati convivono con gli iper-occupati, ma gli occupati convivono con i finti occupati. Poiché tutta l'organizzazione dell'azienda, del sindacato, della società considera irremovibile la presenza sul lavoro per almeno otto ore al giorno, un numero crescente di lavoratori resta sequestrato nelle fabbriche e negli uffici durante tutte queste ore, cui spesso aggiunge lo straordinario, senza avere un carico di lavoro che richiede tanto tempo per essere sbrigato, ma solo in ossequio a una norma contrattuale tanto ritualizzata quanto insensata” pag. 644.

Il modello post-industriale è caratterizzato dall'attenuazione drastica dei conflitti tra le classi, sostituiti da quelli tra gruppi interclassisti. Le ragioni del fenomeno sono tante e varie. Il De Masi ne individua molte e infine si chiede: “nella società postindustriale esistono ancora le classi sociali?
Per Marx le classi dipendevano dai rapporti di produzione, per Weber, dai rapporti di autorità. Per me dipendono dalla distribuzione della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, della opportunità, delle tutele e degli stili di vita” pag. 647.

Le classi sembrano scomparse. “Eppure non c'è quasi nessun paese al mondo in cui non aumenti scandalosamente il divario tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati...
Dopo i grandi movimenti di contestazione degli anni sessanta e le connesse conquiste operaie, possiamo dire che la lotta di classe dei poveri contro i ricchi è stata soverchiata dalla lotta di classe dei ricchi contro i poveri... Una lotta di classe condotta attraverso la mortificazione del welfare nei paesi ricchi, l'attacco ai posti di lavoro e ai salari, la proletarizzazione della piccola borghesia, la riduzione degli aiuti militari alle minoranze povere, il degrado dell'istruzione, le barriere frapposte ai flussi migratori, la manipolazione con cui si impedisce alle vittime di individuare i carnefici riducendole a docili esecutrici dei loro ordini” pag. 653.

Ad esempio della scomparsa o della vanificazione della lotta di classe, il De Masi porta la Primavera Araba, nata da movimenti interclassisti e finita quasi nel nulla di fatto dopo i suoi vani successi iniziali, il movimento pacifico di contestazione Occupy Wall Street contro il capitalismo finanziario, efficacemente contrastato dal governo statunitense, il movimento della popolazione turca contro la politica neoliberista, retrograda, repressiva e anti-ecologica di Erdogan.


Nel 1972, il Club di Roma - associazione di scienziati, economisti, uomini d'affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti e capi di stato di tutti i continenti – pubblicarono un rapporto, basato su una simulazione elaborata da un computer, in cui vengono predetti pericolosi effetti apportati sull'ecosistema e sulla sopravvivenza della specie umana dalla continua crescita demografica ed economica, dall'inquinamento, dalla produzione di cibo, dallo sfruttamento delle risorse mondiali. Il rapporto conclude che lo sviluppo sul nostro pianeta raggiungerà il suo limite invalicabile in un momento imprecisato entro cento anni dalla data del rapporto.
Immediatamente dopo la conoscenza del rapporto i responsabili del pianeta avrebbero dovuto mettersi al lavoro con scienziati, economisti e, soprattutto, sociologi per stabilire un metodo efficace adatto a frenare la corsa dell'umanità e dell'ecosistema verso l'estinzione. Così non è stato.
Solo alcuni intellettuali e scienziati hanno capito che “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito o è un folle o un economista” (Kenneth Boulding). Tra questi intellettuali seguaci della decrescita il De Masi espone il pensiero di Ivan Illich (1926-2002), André Gorz (1923-2007), Serge Latouche (1940) e Maurizio Pallante (1947); e accenna a Jean Paul Besset (parlamentare europeo 1946), Jacques Ellul (1912-1994), Jean Pierre Dupuy (1941), Cornelius Castoriadis (1922-1997).


“Non possiamo non dirci postindustriali
Per esaminare i modelli passati, come quello classico o quello illuminista, abbiamo dovuto usare lo specchietto retrovisore. La società postindustriale, invece, è quella in cui siamo immersi qui e ora, totalmente e quotidianamente. Si tratta quindi di scegliere, nel magma del presente, cosa conviene secondare e cosa scongiurare.
Il pianeta continua a crescere demograficamente in proporzione geometrica, mentre le risorse, quando anche crescono, lo fanno in proporzione aritmetica. Benché, in cifre assolute, aumentino sia i poveri che i ricchi, tuttavia è in atto nel mondo la più imponente redistribuzione della ricchezza che mai sia avvenuta nella storia umana...
In questo grande rimescolamento delle carte, i giochi si fanno sempre più caotici. I movimenti culturali mettono in dubbio il primato tutto industriale della sfera economica e sfidano i fautori della crescita infinita con la proposta di una decrescita serena. Ma l'attuazione di questa proposta imporrebbe ai paesi ricchi la riduzione programmata del PIL, imparando a lavorare poco, e imporrebbe ai paesi poveri l'autoeducazione a una crescita equilibrata, imparando a lavorare meglio...
A questo punto la società postindustriale ci impone di non ripetere esperienze che in passato furono dolorose ma forse inevitabili e che oggi risulterebbero solo dolorose: 'Due terzi dell'umanità – scrive Illich nel suo libro sulla Convivialità – possono ancora evitare di passare attraverso l'era industriale se scelgono fin da ora un modo di produzione basato su un equilibrio post-industriale, lo stesso a cui le nazioni iper-industrializzate stanno per essere costrette sotto la minaccia del caos'.” pag. 716 – 718.


L'ultimo modello di vita, molto apprezzato dal De Masi, è quello brasiliano. L'Autore, che da trent'anni frequenta l'America Latina e, in particolare, il Brasile, s'impegna a spiegare l'amore che lo lega a questo paese e lo fa in maniera splendida ricordando i gravi delitti compiuti dai colonialisti europei contro gli indios e l'aspirazione continua del popolo brasiliano a un'esistenza serena. Ma questo popolo è stato formato in 500 anni da tre componenti: quella portoghese degli altezzosi conquistatori, quella india dei nativi che hanno sempre praticato l'ozio creativo, lavorando solo quando serve, e quella africana degli schiavi importati, pazienti, apparentemente gioiosi, ma sempre pronti a riconquistare la loro libertà. Le tre componenti si sono amalgamate in un insieme felice di tolleranza multietnica e multireligiosa che ha reso il Brasile l'unico paese dell'America latina che rarissimamente ha iniziato una guerra contro altri paesi e ha superato senza troppo spargimento di sangue i periodi di dittature oppressive.

Infine il De Masi termina con una conclusione perfettamente lucida sulla situazione politica ed economica mondiale e con la speranza che chi ne ha la possibilità riesca a superare le attuali difficoltà e a dar vita ad un mondo finalmente pacifico e felice.
“Ai proletari sfruttati dell'Ottocento Marx non proponeva (se non come estremo rimedio, se non come fase rivoluzionaria provvisoria e strumentale) di disarcionare gli sfruttatori per mettersi al loro posto: proponeva invece di assumersi il compito della liberazione universale; proponeva di costruire una società nuova, senza sfruttatori né sfruttati. Ai concorrenti del Duemila, il neoliberismo non propone di costruire una società nuova, più giusta e più felice per tutti: propone di battere gli avversari senza pietà e di appropriarsi della loro fetta di mercato; propone di costruire il progresso disinteressandosi delle sue vittime.
Ciò determina la formazione di un immenso potenziale eversivo, una polveriera umana nutrita di invidia sociale, di rancore e di vendetta” pag. 850.


“Finisce qui questa lunga premessa a un libro che dovrebbe proporre un nuovo modello di vita per la nostra società senza orientamento. Un libro di cui non si può più fare a meno, ma che non può essere scritto da una sola persona e forse neppure da un team interdisciplinare di nuovi illuministi. Grazie alla rete, dovrà essere scritto da tutti e per tutti.” pag. 852.


Quindi il De Masi riporta il testo di “Testamento”, una “stimolante” poesia del poeta greco Kriton Athanasulis (1916-1979), giudicata da Nicola Crocetti sul Sole 24 ore una delle più belle del '900.
http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/athanasulis/testamento.htm


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