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Inverno 2008

Antologia del concorso "Leggere nel verde"
(indetto la scorsa estate da Rosa Pia Bonomi)
 
 

Accolgo volentieri la proposta di Rosa Pia di inserire tra le pagine del Granchio 14 contributi di alcuni degli autori che hanno inviato i loro scritti per il concorso. Per saperne di più potete visitare queste pagine web:
http://www.veronaoggi.it/2008/novembre/28novembre/newsV102775.htm
Qui sotto c'è una lettera con notizie incoraggianti da Bolzano. E io mi domando se a Roma sia o no proibito sdraiarsi a leggere sui prati dei parchi pubblici. Ditemelo, perché potrei rischiare parecchie multe. Possiamo aspettarci dal sindaco Alemanno interventi repressivi di questo tipo? A me sembra di no... ma non si sa mai. Aggiungo che a me è sempre piaciuto sdraiarmi anche sulle panchine, specialmente nelle prime ore pomeridiane al sole primaverile. E non mi piacerebbe che un povero senzatetto fosse costretto a dormire sul prato invece che sulla panchina.
Prima che vi immergiate nella lettura, dovunque voi siate - p. es. su un prato col vostro portatile connesso a una rete Wireless - sappiate che Eva Sbrindoloni, Eusebio Gatto, Eusebio Strizzaveneto e Angelina Rossastri sono tutti pseudonimi di Rosa Pia. Gli altri scritti sono di Oca Romana (sic), L. Zorzi, Franco Giardina, Emanuela Orlandi (?!), Giampietro Tosoni, Mauro Viero, Arturo Gabanizza, Cencio Negretto Moroni.
 

A BOLZANO É BELLO LEGGERE NEL VERDE
 
Lettera di Giulia Zanardo [18.09.2008]
 
Libri, quotidiani, riviste e fumetti sui prati verdi del TORRENTE TALVERA. Beh sapete un po' che cosa vi dico? Qui a Bolzano non solo non è proibito leggere distesi sul prato, ma è caldeggiato! Si tratta dell'iniziativa «LEGGERE LUNGO IL TALVERA», dove quotidiani, riviste e fumetti sono di casa nell'ormai familiare casetta di legno allestita sui prati che costeggiano le bellissime sponde del torrente. L'edizione 2008 di «Leggere lungo il Talvera» è stata promossa dalla Biblioteca civica dall'8 al 20 settembre con orario continuato 10.00 - 17.30. Pensate un po': alcune panche e tavoli erano a disposizione per la lettura rilassata nei pressi della casetta, oltre che, naturalmente, all'ombra delle piante lungo le passeggiate. C'erano ceste con libri in regalo, per grandi e piccini e una vasta scelta di quotidiani nazionali e stranieri oltre che di periodici di attualità e riviste specializzate di vario genere. E vi assicuro che non sono passiti e non passeranno vigili o poliziotti a multarvi... Anzi, più sarete meglio sarà, perché è proprio bello leggere nel verde! (Giulia Zanardo - Bolzano).
 

 
(1)
VIVERE E FUGGIRE CON LE PANTEGANE 
(Racconto di Oca Romana)
 
C’era una volta, al tempo in cui il cemento che ricopre oggi la terra era ancora interrotto da isole di erba e ombreggiato da alberi, un tale X, che abitava in una grande città, lavorava in un enorme palazzo, divideva il letto con una grossa moglie, si circondava di una piccola auto, aveva spesso il fiato corto e sogni infiniti. Il signor X , altrimenti detto «poromo» dalla consorte, a causa di scarsità di avvenenza, vigore e stipendio, era espulso dal letto alle sette di ogni mattina da una radiosveglia spietata, spalleggiata dalla sua metà (che in realtà era il suo doppio!). Raggiungeva il luogo di lavoro, chiuso nell’abitacolo di vetro resina e metallo, ancora non suo in comode rate di durata faraonica, schivando motorini scoreggianti e SUV guidati da tristi Indiana Jones stravecchi.
Incastrava il culo davanti a un computer, con scrivania ecc. alla luce artificiale del neon, e tale lo manteneva per dieci ore, con pausa pranzo, in mensa (buono pasto ), acquamineraliscia e poche parole. Alle 18 era rivomitato dal lugubre edificio e tentava di ritornare a casa, riuscendoci quasi sempre… tranne quella volta che una moto lo abbracciò, pedone ignaro. La chiave nella toppa annunciava un reduce, accolto dal gracchiare in Sensurround di stormi di cornacchie, le concorrenti del solito talk-show femminile in crisi con l’universo maschile, che tanto piaceva alla moglie.
Le smerdoline di Quattro-Salti_in Budella lo aspettavano già, tranquillizzanti come sempre. Il poromo, edito a milioni di copie, aveva però un suo giardino segreto, quello che gli permetteva di sopravvivere all’ergastolo quotidiano e lo distingueva dagli altri milioni di poromini: il poromo leggeva!
Era, il leggere, antica arte inventata dagli antenati, costruita a fatica e decifrata con sforzo, necessaria di allenamento e impegno, di concentrazione e fantasia, a quell’epoca già in disuso e poco praticata, perché faticosa, attività sedentaria come tivù e pc, quindi magari piacevole, ma impegnativa intellettualmente e inadatta dunque ai più, e ai più giovani specialmente, i quali non sembravano più programmati per queste cose.
Il signor X invece non era un teen-ager, e quindi aveva un sacco d’entusiasmo, fantasia, desideri e sogni. I suoi genitori erano stati una coppia di dinosauri che leggevano, amavano il teatro e la poesia, gli davano un ceffone quando se lo meritava, non gli avevano comprato moto o auto nuova prima che lui la desiderasse, anzi, nemmeno dopo! Perciò, a differenza degli altri milioni che si drogavano con il pallone o altre troiaggini televisive, il signor X leggeva, e leggeva nel verde! Oddio, avrebbe potuto leggere in altri colori, ma lui voleva leggere nel verde!
Al verde non ci faceva più caso nessuno, a che serviva in fondo? Nel frenetico andare del secolo XXI° ogni angolo della città si riempiva di gente e schiamazzi, bus, supermarket, strade, piazze, monumenti e negozi, e musica e ambulanze e clacson; solo qualche angolo verde restava: una piccola isola dove il sig.X si nascondeva alla rude esistenza di tutti i giorni. E lì, accoccolato su se stesso come un gatto al sole, sull’erba un po' umida, assicurandosi di essere solo, tirava fuori dalla 24 ore di cartone pressato lo strumento del suo vizio solitario: un rettangolo cartaceo a più strati, un po' consunto, macchiato di caffè, pioggia...
Come il sognatore che sa riprendere il suo sogno al punto esatto in cui l’aveva lasciato, il signor X rientrava nella sua "second life" laddove si era interrotta per squallide ragioni di sopravvivenza, e non era più grigio, mingherlino, travetto. Era Santiago alle prese con gli squali, era Florentino in attesa del suo amore, era Atticus Finch contro l’ingiustizia. Era un lupo solitario, era il lupo Alberto, amava donne splendide o galline, moriva affogato come Shelley in mare o nell’alcool come F.S. Fitzgerald, era rapito in cielo come Romolo o strisciava al suolo come lo zio Tom. Era un esploratore al polo, era Shackleton prigioniero dei ghiacci con la sua nave, era il suo gatto e la moglie che lo aspettava, era un piccolo iracheno che faceva tappeti, era un'aquila e il topo da lei ghermito, era il vento e la luce, era questo e quello, era un martire e un figlio di puttana...
Che rottura la "realtà quotidiana"!! Sempre più difficile fare parte di questo film delirante a moviola accelerata, popolata da psicopatici consumatori di anfetamine e illusioni, dalle goffe, patetiche abitudini inventate per cancellare il tempo e la morte. Un duello inutile contro i mulini, come don Chisciotte. Era bello invece stendersi sull’erba, uscire dal delirio, scendere un po' da quella carrozza di metrò impazzita, che correva senza fermarsi, nel buio, senza destinazione.
Aveva preso l’abitudine di nascondere i suoi libri, da quando aveva capito che sua moglie non approvava il suo passatempo, né i parenti o i colleghi capivano il senso di questo leggere, all’epoca della tivù, degli i-pod, ccp, ddx, spc.
In mensa ormai pranzava da solo. Anche la portinaia lo guardava in cagnesco. Era anche più difficile trovare l’oggetto della sua passione, perché le librerie erano quasi scomparse, sempre più spesso sostituite da rivendite di cose elettroniche e portachiavi cinesi parlanti. Le notizie erano proiettate sui muri e palazzi, o diffuse da altoparlanti in mezzo alla pubblicità, alternate alla musica. Era costretto a tapparsi le orecchie, così tra l’altro non si rese conto dei cambiamenti del suo ambiente, di nuove leggi e regole sociali, di quanto i suoi simili fossero cambiati. No, non erano più della stessa specie lui e quelli che non conoscevano i libri, che non decifravano i segni grafici né sapevano usarli, che volevano solo guardare, guardare, guardare. E fotografare. E girare pellicole. E sbavare su monitors e display di varie misure.
Non si accorse che i libri erano stati messi di nuovo all’indice, e la Nuova Inquisizione perseguiva gli adepti dell’antica religione dei Lettori, come sospetti di perversione o sovversione alla moderna società civile.
Lui, era un diverso, uno che si sottraeva ai costumi dei suoi e ai doveri di cittadino e consumatore, uno che consumava poco, non frequentava Outlet o Megastore, ma preferiva il mercato delle pulci, uno che mandava ancora cartoline con su scritto «saluti da Pinco Pallo!», uno che aveva persino osato ignorare l’invito della ASFIGA (Azienda Sanitaria Federativa Identificazione Globalizzante Aliena) per l’impianto del rivoluzionario sistema di microchip sottocutaneo di comunicazione-ricezione dati!
Un giorno, che più del solito era assorto nella lettura, mentre era intento a decifrare un testo Maya, steso nel suo angolino verde, passò di lì una ronda di poliziotti e lo beccò in flagrante delitto di lettura. Fu identificato e prelevato; portato al comando, si constatò con deplorazione la mancanza del chip e la presenza del Chop (lo scoiattolo Chop era presente nelle sue letture preferite, ndr) la mancanza di tatuaggi e piercing socialmente utili, e la presenza degli oggetti incriminanti, cioè i libri.
Il signor X fu processato in direttissima, senza patteggiamento giacché non apparteneva alla categoria protetta dei killers e/o stupratori, e condannato ai lavori forzati per attività sovversiva e corruzione della gioventù, indotta da lui alla lettura! Non si arrese mai! E come uno dei suoi eroi prediletti, un certo Famozzi... Fantozzi, forse?, affrontò impavido gli eventi, e mentre si accingeva ad aprirsi un pertugio nel muro della cella con un cucchiaino, come aveva fatto Papillon, o giù di lì, con prospettive di durata biblica, passò da quelle parti un sorcio comune (mus muris italicus), con il quale scoprì di avere una notevole comunanza di vedute, specialmente sul piano psicoanalitico e filosofico, nonché esistenziale, (ambedue avevano sposato una pantegana), che lo aiutò ad evadere.
Non chiedetemi i particolari, come sempre avete il vizio di fare, e sapere la rava e la fava, e il come e il perché, voi che avete perso per strada il vostro Io Bambino! Io so che andò così, tanto più che, è assodato, i topi sono molto più intelligenti e umani di molti nostri contemporanei: loro, no, non guardano mai la televisione!
 
Oca Romana
 

 
(2)
GIARDINO LETTERARIO
(di L. Zorzi)
 
Maria è ritornata al suo paese per nostalgia, per curiosità, per stanchezza di una vita troppo monotona: la cucina, le amiche, i nipoti, qualche gita... Ne ha parlato ai figli e alle amiche ma ha l'impressione che non abbiano capito le motivazioni del suo gesto; solo Luisa, la migliore amica, l'ha incoraggiata. Manca da lì da tanti anni e una grande emozione le riempie il cuore nel riconoscere, tra poche altre cose, il giardino intorno all'antico castello.
A questa ora mattutina il giardino è deserto e Maria sente scricchiolare la ghiaia del vialetto sotto i suoi passi; i roseti sono in piena fioritura e lo zampillo della fontana centrale riempie il silenzio. Quanti ricordi! Tra quei vialetti e sui prati al tempo della sua fanciullezza scorrazzavano bambini allegri che giocavano insieme. Una signora armata di macchina fotografica ritraeva i bambini nella speranza che qualche mamma s'invogliasse ad immortalare il proprio pargolo, mentre beveva alla fontanella o sedeva nel prato. Chissà dove sono finiti quei bambini e forse la fotografa principiante sarà diventata famosa!
Si siede su una panchina a guardare intorno e a lasciar vagare i ricordi sul suo passato, sulle compagne, sui suoi sogni... Estrae dalla borsa un libro che parla di libri. I libri sono uno dei suoi amori, insieme ai viaggi e alla famiglia naturalmente: figli, nipoti. Legge qualche riga, ma è distratta e insoddisfatta, quasi pentita di aver creduto di trovare in quei luoghi le atmosfere del passato.
Ad un tratto, una alla volta con passo leggero arrivano delle persone che in silenzio si siedono sulle panchine. Sono persone anziane ma c'e anche qualche giovane e tutti hanno un libro in mano; guidati da un invisibile direttore d'orchestra iniziano a leggere a turno e a voce moderatamente alta. Maria si avvicina e tenta di comprendere le parole che sono lette, ma alcune sono incomprensibili: forse dialetto o lingua straniera sconosciuti; nessuno però sembra accorgersene e tutti ascoltano attentamente le voci come strumenti musicali di una grande orchestra.
Un signore attempato le sorride e la invita a sedersi e a far parte del gruppo. Maria si sente come un'attrice che recita una parte provata tante volte e con voce limpida legge una pagina a caso del suo romanzo e i presenti sono contenti del suo intervento. Ad un tratto, come alla fine di uno spettacolo, le letture s'interrompono e tutti vanno via. Rimane solo una vecchietta che le racconta una storia un po' caotica di proibizione agli anziani di leggere libri in famiglia, perché tanto hanno il cervello annacquato e non vale la pena di sprecare tempo con il rischio di fargli venire idee strane... Maria è allibita; dopotutto non molti anni la separano dall'età di quella donna e al solo pensiero di non poter leggere si sente male!
La donna racconta ancora della loro idea di trovarsi tutti i giorni nel giardino a leggere i loro libri preferiti; sono ormai in tanti, anche stranieri, e oltre alla lettura si sono intrecciate amicizie e qualche simpatia... Maria sorride del progetto di chi dovrebbe avere il "cervello annacquato" e lo considera una trovata fenomenale; le piacerebbe far parte di un gruppo come questo che ama la letteratura e la lettura condivisa. L'amore per i libri non conosce confini di nessun genere.
L'insoddisfazione che sentiva poco fa è scomparsa. Riapre il libro e pensa alle sue amiche in città e alla possibilità di ritrovarsi a leggere insieme in uno spazio verde, invece di perdersi in pettegolezzi e nella ricerca di ricette irrealizzabili per le numerose magagne fisiche di ognuna di loro. Giusto vicino a casa sua c'è un piccolo giardino che nessuno usa perché tutti hanno una gran fretta di andare non si sa bene dove; solo qualche cane lo apprezza, ma si sa, i cani sanno sempre dove andare.
Maria guarda l'orologio: é quasi mezzogiorno e il suo treno parte alle due. Si alza e con lo sguardo accarezza il grande giardino ora silenzioso, quasi misterioso. La sua visita non è stata vana grazie all'imprevedibile conclusione. Si avvia con passo deciso e il cuore sereno e appagato. Compone un numero sul telefonino e chiama la sua migliore amica: «Luisa non crederai mai a cosa ho trovato nel giardino della mia fanciullezza!» E ride nell'immaginare la sua faccia intelligente e sensibile con la bocca semiaperta e gli occhi stupiti, sempre pronta a condividere nuove esperienze. Sì, avranno anche loro un giardino letterario.
 
L. Zorzi
 

 
(3)
DIARIO DI UN GATTO MORO INCINTO
(di Eusebio Gatto)
 
Sabato 23 agosto 2008
 
SUL FICO
 
Oggi alle 16,33, mentre la mia padrona Ludmilla Origanovsky (una giovane ginecologa immigrata dalla Bielorussia, badante del vecchio pazzo Bepi Sanitaria) stesa sull’erba del giardino leggeva la Divina Commedia, mi sono arrampicato sul fico per catturare una lucertola. Non che volessi mangiare la povera bestiolina, eh! Volevo solo acchiapparla, tanto per fare un po' d'esercizio, e poi di lasciarla andare per i fatti suoi. Il grande fico, contorto e mostruoso, ha prodotto quest'anno più di un quintale di frutti. La mia padrona si è a sua volta esercitata cogliendo i teneri fichi, che ha regalato a parenti e ad amici. Lei non ne ha mangiato che due o tre ad ogni raccolta, perché ha l'ernia iatale, poverina. Il fico si allarga sopra il garage. I fichi maturi e non colti cadono sul tetto della casa delle macchine, e sul marciapiede intorno, e sul sentiero che porta nell'orto... Quando la mia padrona va a cogliere le melanzane e/o i peperoni... insomma quelle cose lì che a me non interessano, si inzacchera le ciabatte. Fichi schiacciati, vespe indiavolate, mosche a volontà, lucertole a caccia di mosche, gatti a caccia di lucertole... Sì, i gatti dei vicini, tra i quali la mia morosa Eufemietta.
Insomma, per farla breve: mentre mi arrampicavo sul fico una vespa mi ha punto in un orecchio. Bestia infame! Sono sceso miagolando, la mia padrona ha smesso di limarsi le unghie e mi ha preso in braccio. Mi agitavo come un matto, l'orecchio mi bruciava! La mia padrona non capiva la causa di tanta disperazione, e siccome mi usciva sangue dalla puntura della vespa, non ha trovato di meglio che prelevare qualche goccia appunto di sangue e analizzarla.
Mezzo minuto dopo il prelievo, la mia ginecologa gridava più di me: «Vaccacànsky, diavolobéccov, il gatto è incinto!». Intanto il male mi era un po' passato, sono sceso dalle braccia di Ludmilla e sono entrato in casa dalla finestra del bagno... (Il gatto Moro Eusebio)
 
Domenica 24 agosto 2008
ATROCI DUBBI
 
Ho trascorso tutto il giorno sdraiato su una copertina di pile, sbadigliando. Il vecchio pazzo Bepi Sanitaria (che devo comunque ringraziare: permette a Ludmilla di tenermi in casa e nutrirmi lussuosamente) ogni tanto veniva ad accarezzarmi. La mia padroncina era pensierosa, mi guardava, scuoteva il capo, diceva: «Eusebio, ostregov, in che guaio ti sei cacciato? Non pretendo che il mio gatto sia vergine, miseriovsky, ma con quale diabolica gatta ti sei messo? A meno che…».
Il silenzio di Ludmilla era pesante e pieno di mistero. Pensavo: ma che cosa passa per la testa di questa ragazza? Crede che io sia un gatto extraterrestre? Pensa che abbia avuto a che fare con qualche maschione, gatto o altro animale, magari anche uomo? Ritiene forse, o almeno dubita, che la mia gatta Eufemietta abbia il potere di mettere incinto il maschio?
Per la miseria, che dubbi, che tormento!
Ludmilla, dopo numerosi giri intorno alla tavola della sala da pranzo, dopo lo sgranocchiamento di due gelati tolti dal frigo duri come pietre, dopo decine di sospiri, ha telefonato al veterinario e gli ha spiegato la situazione: - Dottor Vacca, sono Ludmilla, la badante di Bepi Sanitaria. Mi trovo in una situazione assai strana, quasi di malessere fisico. Mi è successo… - Signorina Ludmilla, chiami il medico di guardia, io non posso esserle d’aiuto. Vorrei tanto venire lì, lei lo sa, ma solo il medico può darle una risposta utile, non il veterinario!
- Ma no, dottore, non sto davvero male fisicamente. Il mio gatto ha un tremendo problema, e non posso portarglielo - il gatto col problema - perché devo badare al signor Bepi.
- Ah, ma allora chiudo temporaneamente l’ambulatorio e mi precipito da lei, mia cara!
In cinque minuti il dottor Vacca è arrivato, mi ha visitato, si è fatto spiegare tutto, mi ha prescritto altre analisi del sangue e delle urine, e una dieta leggera. Ha disinfettato il mio orecchio… Ha stretto la mano alla mia padroncina, trattenendola a lungo tra le sue mani. Òstrega, ha trattenuto tra le sue la mano di Ludmilla, non Ludmilla stessa. Sono un gatto, sto poco bene, forse sono incinto, ho frequentato solo il Liceo Scientifico Felino (LSF) e ho una laurea in teologia gattolica, ma so che non si può scrivere «croccantini per gatti al prosciutto crudo» senza essere fraintesi.
Sono in attesa di sviluppi. Aspetto i risultati delle analisi del sangue e delle urine, e anche la prossima puntata del tenero rapporto tra Ludmilla e il dottor Vacca.
 
Lunedì 25 agosto 2008
MI CONFESSO
 
Ho avuto la febbre per tre giorni, orcamiseria. La mia padrona - preoccupata da matti - mi ha coccolato e curato. Il dottor Vacca è venuto ogni giorno a vedere come stavo. Oggi sto molto meglio, anche se la preoccupazione per il mio stato interessante non mi lascia mai…
A questo punto sento il dovere di chiarire alcune cose, per essere compreso da eventuali lettori. Come tutti i gatti decentemente colti, so scrivere. Ma come scriviamo, noi felini domestici? Grattiamo segni sui tronchi degli alberi che abbiamo a portata di zampa. Con questi graffi…ti, con pisciatine particolari, con spruzzi ormonali, e miagolando in vari modi espressivi, ci comunichiamo tante cose, dai bisogni materiali ai sentimenti. Ludmilla conosce bene il linguaggio e la scrittura di noi gatti, ed è in grado di tradurre i miei diari nella lingua e nella scrittura umane.
Il secondo chiarimento riguarda il colore del mio pelo. Ho dato a questo testo il titolo «Diario di un gatto moro incinto», appunto perché ormai convinto di essere in stato interessante. Ho scritto "moro", ma devo dire che io sono bianco. Ludmilla, quando mi ha trovato abbandonato sotto la carriola dell’ortolano Gigi Salatina, era appena arrivata in Italia e sapeva assai poco della lingua umana di questo paese. Aveva sentito parlare di gatti mori, ma non sapeva che l’aggettivo si riferisse al colore del pelo. Così mi ha chiamato e mi chiama ancora Moro: «Moro, vieni a mangiare due alette di pollo arrosto! Moro, piantala di graffiare il divano di Bepi, non vorrai scrivere il tuo diario anche lì!...». Mi chiama Moro, ma io sono bianco.
Beh, come si capisce dal fatto che ho avuto la forza sufficiente per graffiare il diario di oggi sulla corteccia del giovane noce nel giardino di Bepi Sanitaria, oggi sto meglio.
 
Martedì 26 agosto 2008
NOVITÀ IMPORTANTISSIME!
 
Sto bene. Non mi arrampico sul fico che allunga le zampe sopra il garage, per paura di altre punture di vespa, ma anche perché i fichi sono caduti tutti e le mosche non vengono più a succhiarne il mosto. E se non ci sono mosche non ci sono neanche lucertole. E se non ci sono lucertole da inseguire - sia pure per gioco - che cosa volete che vada a fare? Da quando Ludmilla ha chiamato il veterinario, per timore che io tirassi le cuoia e per dirimere la questione del mio stato interessante - il dottor Vacca è venuto qui due volte al giorno. Ogni volta mi visita, mi gratta la pancia e il collo, mi prende in braccio e mi strizza… sembra quasi un gattofilo, nel senso peccaminoso del termine, orcocàn! Oggi però ho capito che cosa c’è sotto al suo comportamento affettuosissimo e un po’ sensuale nei miei confronti: non potendo subito coccolare Ludmilla, coccola me. Anche perché la mia affettuosa padroncina è una ragazza seria e non si lascia certo coccolare e strizzare di primo acchito.
Stavo passeggiando in corridoio e occhieggiando nelle varie stanze dell’appartamento di Bepi Sanitaria, quando… In biblioteca, dove il povero vecchio Bepi non va più perché ormai è un po' fuori di testa e i libri sono usciti dai suoi interessi, Ludmilla era seduta sul divanetto e Pipino Vacca (da oggi lo chiamerò solo Pipino: ormai è un parente!) le si genufletteva davanti: - Ludmy, mia cara, i tuoi occhi verdi un po' felini, la tua dolcezza, la tua aria misteriosa…
- Pipino, ma quale mistero? Sono una ragazza qualunque!
- Qualunque? Sei speciale. Ti amo come un matto. E tu?
- Ostregoff, anch’io!
- Ci sposeremo.
- Calma, non immediatamente…
- Terremo con noi Moro Eusebio: lui è all’origine del nostro amore. A proposito, sai che non è affatto incinto? Era incinta la vespa che lo ha punto. Questo è il risultato finale di tutte le indagini eseguite…
Dopo queste ultime parole, in due balzi raggiunsi la camera da letto di Ludmilla, mi stropicciai sul tappeto, graffiai il copriletto, mi arrampicai su per i tendaggi raffinati… Lo so, combinai un disastro, ma voi lettori maschi e forse anche qualche femmina, provate a mettervi nel mio pelo... Andrò in ferie, orcamiseria, mi stenderò nell’orto a leggere un libro, farò la cacca nelle aiole del vicino, ignorerò per un po' la mia morosa Eufemietta. Un po' di tregua, e di cultura, finalmente. Tanto, il mio futuro è assicurato, anche senza assicurazione. Quanto a questo diario, lo riprenderò più avanti, in autunno inoltrato.
(Gatto Moro Eusebio)
 

 
(4)
UN POMERIGGIO D'ESTATE
 
(di Franco Giardina)
 
Un pomeriggio abbastanza afoso. Alla ricerca di un po' di fresco, mi sono recato in campagna, abbastanza vicino alla mia abitazione. E sotto l’ombra di un grande albero mi sono sdraiato gustando una leggera frescura. Il clima era ideale per leggere quel libro che una mia cara amica mi aveva regalato: sapevo che sarebbe stata una lettura amena, conoscendone il carattere.
 
Ero ancora all’introduzione quando sento:
- «Dai, non leccarmi il seno...».
- «Ma porca vacca, sono qui apposta, non fare la schizzinosa».
- «Senti, sono stanca di sentirmi definire una porca vacca, ho la mia dignità e ci tengo parecchio alla mia onorabilità».
Rileggo la prefazione per paura di immedesimarmi troppo nella lettura.
Una nuova voce si intromette:
- «Avrei anch’io qualcosa da dire: porca di qua e porca di la, vacca su e giù insomma orcocan è ora di finirla».
Da un po’ più distante:
- «Siamo alle solite, quando non si sa cosa dire si ricorre all’orco e sì che di verde non ho niente...».
Per fortuna che speravo in un po' di silenzio; ma molto probabilmente li attorno c’era una riunione di buontemponi. Continuai a leggere nella speranza di non essere distolto.
- «E cosa dovrei dire io che continuano a definirmi un’oca giuliva? Solo perchè mi piace cantare? E per fortuna che non sono gay... altrimenti...». Ma cosa stava succedendo: quelle voci così insistenti cominciavano a darmi fastidio; le pagine che stavo leggendo mi inducevano al riso, ma quei dialoghi cominciavano ad infastidirmi.
- «E vai con le allusioni... non è detto che se, per un malaugurato incidente, me gli hanno tagliati debba per forza essere gay mica me la faccio con qualcuno...».
- «Ma dai, non prendertela. Lo sai... è un’oca...».
- «Sì, va be' ma ogni tanto qualche frecciatina... Sono un po’ stufo: lavoro come un mulo e mi secca che... e poi non ho mica un cervello da gallina».
Quel battibecco mi distoglieva costantemente ed avevo voglia di alzarmi per vedere chi stava parlando.
- «Eccola, sapevo che sarebbe arrivato un insulto alla mia intelligenza. É una bella gatta da pelare».
- «Ehi, io al mio pelo ci tengo... me lo liscio costantemente ed è bello e lucente».
- «Ma va, sei la solita schifosa, il pelo; e per giunta sei anche golosa... guarda la tua gamba...».
- «Sono inciampata in una tagliola... anche se di notte ci vedo abbastanza bene, quella non l’ho vista».
- «Le solite scuse, lasciamo perdere».
- «E no! É ora di finirla con le allusioni, i sorrisini e le stoccate finali. Siete solo invidiosi».
Facevo fatica a stare fermo e a non alzarmi per dire a quel gruppo di spostarsi; chissà poi perchè erano venuti proprio lì a discutere delle loro miserie. Fortunatamento il granoturco era abbastanza alto da non vedere nulla.
- «Statemi a sentire: anch’io dovrei offendermi, vengo chiamata "la vacca dei poveri"...».
- «E va bene, io sono testardo e non voglio insistere su questi appellativi. Lasciamo perdere e godiamoci questo pomeriggio...».
Non resisto più: mi alzo e... stupore! In uno spiazzo un po' più in là vedo una mucca e un vitello, una scrofa, un cane, un’oca, un bue, una gallina, una gatta con una zampa più corta, una capra ed un mulo.
Forse la lettura mi aveva talmente preso da non cogliere la vera essenza dei discorsi o forse avevo acquisito la capacità di sentire le voci degli animali. Chissà. Continuo a leggere nel silenzio e mi sembra di vedere la capra a quadri presente nella copertina del libro. Ma forse sto solo sognando ad occhi aperti.
 
Franco Giardina

 
(5)
C'ERA UNA VOLTA…
(di Franco Giardina)
 
Il nonno accompagnò la nipotina al parco: quel giorno toccava a lui la custodia della piccola perchè entrambi i genitori erano impegnati. Per lui era un piacere, perchè la bambina era molto sveglia e loquace e per niente lagnosa.
Si diressero verso un angolo tranquillo, distante dai giochi, si sedettero sotto una quercia e il nonno cominciò:
«Oggi leggeremo un bel libro di favole. Dunque c’era una volta...».
«Nonno, scusa ma che tipo di volta è? Come quella della chiesa e poi, cos’è successo, è caduta?»
«Ma no, mia cara: la frase c’era una volta indica molto tempo fa...»
«Ah, va bene».
Dunque: «C’era una volta una re ed una regina...».
«Ma la regina si chiama per caso Elisabetta?... sai ho sentito alla televisione...»
«Ma no, quella è una regina di adesso... questa della favola non so come si chiama, sul libro non c’è scritto...».
«Ah, va bene».
«... avevano una bambina a cui avevano messo il nome di Aurora».
«É come il nome di un cinema...».
«Si, ma non continuare ad interrompermi altrimenti non finiremo mai la storia».
«Ah, va bene».
«... i sui genitori erano molto contenti, come pure tutti gli abitanti del reame. Fu deciso di organizzare una festa in onore della principessa e cominciarono a spedire gli inviti».
«Scusa nonno, ma non potevano telefonare? Oppure usare l’e-mail?»
«Ma no, a quel tempo il telefono non c’era e neppure il collegamento internet...» – il nonno cominciava a innervosirsi, ma gli era stato raccomandato di non perdere le pazienza. Tirò un sospiro.
«Dopo qualche giorno, cominciarono ad arrivare le adesioni dei personaggi importanti, tra cui c’erano anche tre fate: Flora, Fauna e Serena».
«Ma allora ho capito: erano le Winx, mi piacciono tanto... qualche volta la mamma me le fa vedere in televisione»
«Io non me intendo di Winx, quelle erano delle fate buone con tanto di ali e bacchetta magica».
«Se è per questo, anche le winx hanno le ali».
«Sarà, ma nel mondo delle favole c’erano, oltre le fate, altri personaggi fantastici: il liocorno, il mago, l’orco...».
«Sì, Shreck... hanno appena fatto il terzo episodio...».
«Senti, andiamo avanti a leggere, vedrai che sarà più interessante. Allora. Tra gli invitati c’era anche un re che abitava lì vicino, cha aveva un figlio ancora piccolo ma che voleva prometterlo ad Aurora, come futuro marito, così potevano unire le due nazioni»
«Che bello. É come l’Europa... cominciavano con due per poi arrivare a 22»
«Dai, ora è un’altra cosa. Dunque arrivò il giorno: avevano addobbato la città di fiori, il castello era pieno di bandiere e tutti erano eleganti per la festa»
«Ma nonno, c’erano gli stilisti anche allora? Perchè le signore dovevano sfoggiare degli abiti nuovi...»
«No – rispose seccato il nonno – non c’erano gli stilisti. Dunque, tutto era pronto: arrivarono i suonatori...»
«Era un complesso rock?»
«No, il rock non era ancora stato invitato. E suonarono le trombe.
Cominciarono tutti ad entrare nel castello con i regali per la principessa quando arrivarono le Winx... scusa le tre fate buone che dettero ciascuna un regalo. In quel momento un grande boato colse tutti di sorpresa ed apparve la strega cattiva...»
«Questa la so: Crudelia De Mon, quella dei cagnolini rapiti...»
«No, non era Crudelia. Questa si chiamava Malefica ed disse che la principessa sarebbe morta il giorno del suo sedicesimo compleanno»
«Oh, poverina. Ma perchè non hanno chiamato subito la polizia?»
«Ma no, non c’entra la polizia con le fiabe – e la pazienza del nonno stava per esaurirsi; fece uno sforzo ulteriore e proseguì – Fortunatamente l’ultima fata non aveva ancora completato il suo dono e disse che Aurora non sarebbe morta ma sarebbe caduta in un sonno profondo»
«Ecco, come al solito. Le daranno un sonnifero molto forte per far sembrare che sia morta e prendere i soldi dell’assicurazione...»
«Senti, vediamo di finire la favola, per favore. E fu così che la piccola principessa fu nascosta e cresciuta in una casa nel bosco. Era molto bella ed aveva una voce bellissima; un giorno cantando le apparve anche un folletto...» «Ah sì! E’ quello dell’aspirapolvere, ne abbiamo uno anche a casa!»
«Ma no, non c’entra l’aspirapolvere. Devi pensare che la storia ha avuto luogo parecchio tempo fa, in un mondo dove non c’era l’elettricità»
«Oh, poverini. Così non avevano la luce e cosa avevano per vedere al buio? Le pile?»
«No, anche quelle non c’erano. Usavano... le candele, ecco cosa usavano...»
«Sono quelle che mio papà dice di pulire, quando la macchina non parte?»
«Andiamo avanti. Dunque, non era un folletto bensì un gufo che si era impigliato in un mantello appeso ad un ramo»
«Magari era quello di Harry Potter che se l’era dimenticato nel bosco...»
«E cosa c’entra Henry Potter? Dunque, Aurora ballava con questo mantello quando il principe, che era lì vicino e che era il proprietario del mantello, cacciò il gufo e cominciò a ballare con la principessa»
«Ma come facevano a ballare senza musica? Avevano una radio portatile?»
La pazienza del nonno era sparita del tutto ed una sensazione di rabbia cominciava a prenderlo. Si fece forza e continuò, anche perchè si accorse che nel frattempo altri ascoltatori s’erano aggiunti all’auditorio.
«Senti, era un mondo semplice, abitato da gente semplice governata da un re...»
«Ah, sì lo conosco: è Silvio, quello che chiamano il re delle televisioni...»
«Basta! Senti, forse è meglio che andiamo a giocare alla palla oppure sulle giostrine che ti piacciono o sullo scivolo»
 
Franco Giardina

 
(6)
IL BUON LETTORE
(di Emanuela Orlandi)
 
All'ombra dell’ultimo sole
stava sdraiato un vecchio lettore
e aveva un solco lungo il viso
come una specie di sorriso
Venne nel parco un poliziotto
due occhi grandi come un otto
due occhi enormi di paura
erano in cerca di un'avventura
la la la la la la la la...
E chiese al vecchio cosa fai
Forse tu ancora non lo sai
Steso sul prato non si può
Leggere un libro no, no, no
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
non si guardò neppure intorno
ma disse «Guardia, vede anche Lei
nella mia vita ho poco ormai»
E fu così che il poliziotto
Per questa volta chiuse un occhio
davanti allo sguardo sbalordito
del vecchio lettore incallito.
la la la la la la la la...
Mentre la guardia se ne andava
Il nostro eroe già sorrideva
Non mi rassegno, caro mio,
Tu non lo sai chi sono io
Con la sua flemma si incamminò
Giù verso il fiume se ne andò
Là c'era un prato abbandonato
Dai poliziotti non battuto
Ma all'ombra dell'ultimo sole
Non era solo il buon lettore
Molti altri erano stesi
Dai loro libri tutti presi...
Molti altri erano stesi
Dai loro libri tutti presi...
 
Emanuela Orlandi

 
(7)
LEGGERE NEL VERDE
(di Oca Romana)
 
Se la vita ti attanaglia
con pensione dimezzata
e se infuria la mitraglia
della vita quotidiana;
poi se l'euro ormai ti bracca,
e non lascia via di scampo
qualche figlio di baldracca
che purtroppo scese in campo;
se di rughe sei coperto
dalla fronte alli calcagni;
e se il fiato tiri incerto
e più un soldo non sparagni;
se il violento ed il volgare
ormai infestano l'Itaglia;
se oggi devi navigare
in un mare di gentaglia;
se la rondine languisce
e spariscon l'ape e il panda;
se il petrolio sostituisce
il bel mare di ogni landa;
se la pioggia è puzzolente
e impazzisce anche la vacca,
mentre il culo è onnipresente
e ci assedia ovunque cacca...
Se la fragola è già un pesce,
se nel cavolo c’è il porco,
e se il prete è la perpetua,
se la mamma c'ha la barba
e c’ha il piercing pur la nonna,
se il teppista oggi è un artista,
e ogni cosa non ti garba...
orsù, dunque, non mollare!
Ecco allora il salvagente:
sempre un libro puoi trovare
ed un prato circostante.
Steso lì nella natura
nella tenera verzura,
puoi obliar ogni amarezza!
Dame, amor, fughe, avventura,
e canzoni e tenerezza,
viaggi assai mirabolanti,
gatti, uccelli, allegramente
tanti cuori trepidanti
Una vita differente,
lì, sull'erba sempreverde,
semprechè ti guardi bene
dalle sempiterne merde!

 
Oca Romana

 

 
(8)
VIVA LA MONTAGNA!
(di Giampietro Tosoni)
 
Un giorno stavo tornando a casa dal lavoro, quando ho incrociato sulla strada un incidente tra due automobili. Niente di grave, fortunatamente. Lo sguardo però è stato attratto dalla scena che ho visto. Attorno alle due macchine incidentate, infatti, a parte la solita schiera di curiosi, c’erano due poliziotti e cinque alpini, tutti in divisa e con i loro scarponi da montagna. Nel vedere ciò devo ammetterlo ho sorriso, mi sono detto solo in Italia ed ho pensato anche a questa storia che ora vi racconto:
 
Giovanni, questo è il nome del nostro protagonista, era una di quelle persone che si possono dire nate nel posto sbagliato. Infatti Giovanni nel sangue aveva la montagna ma era nato e vissuto a Milano centro. Lui non era solo appassionato di montagna, così come molti abitanti della città che la domenica partono per la gita sui monti. Lui avrebbe voluto andarci a vivere. Nella sua piccola biblioteca, fin da bambino, la maggior parte dei volumi parlavano di montagna e il suo sguardo era perennemente rivolto verso la finestra sul lato della cucina, dove nelle giornate limpide, tra un palazzo e un altro, si intravedevano i profili delle Alpi.
La sua insaziabile "sete" di montagna, fin’ora era riuscito a placarla attraverso le gite domenicali con la famiglia, a volte con la conseguenza di musi lunghi da parte della sorella, stanca di andare almeno una volta al mese in montagna, o durante le vacanze estive, dove dopo furibondi litigi, riusciva a mediare tra una settimana in montagna e un’altra al mare. Poi da più grande con un amico si era iscritto al CAI di Milano e così dopo una settimana di scuola riusciva ad andare fra le sue amate montagne quasi tutti i fine settimana.
I genitori avevano sempre assecondato questa passione. Pensavano fosse migliore questa, che è salutare, piuttosto di altre cose strane. E speravano che, come tanti altri, crescendo, la passione avrebbe trovato il suo giusto equilibrio. E Giovanni si sarebbe così fatto la propria onesta vita. E di domenica, come altri milanesi, avrebbe potuto andare fuori porta a fare la sua giusta e meritata gita montanara.
Ma, come già detto, Giovanni le montagne le aveva nel sangue, e le prospettive dei genitori erano molto lontane dai veri desideri del figlio. Così come le gite domenicali del Cai erano solo un piccolo deterrente per placare l’immenso desiderio di montagne che Giovanni aveva.
Gli anni così passarono finché arrivò il momento di prendere una decisione: terminate le scuole superiori, le intenzioni di proseguire con gli studi erano poche, anche perché il "richiamo" della montagna era sempre più impellente, e con gli studi l’attesa sarebbe stata troppo lunga. Pensò allora alla via più breve per poter conciliare futuro e montagna, senza creare traumi o fratture famigliari, come abbandonare tutto e andare all’avventura in cerca in un lavoro in montagna. No, lui non era il tipo che amava il rischio. Anzi aveva sempre la paura che se fosse andato tutto storto avrebbe dovuto per sempre rinunciare ai suoi monti.
Così un giorno ne parlò con un suo amico, il quale gli prospettò una soluzione che era -secondo lui- la migliore. Ma come aveva fatto a non pensarci prima?, pensò nel suo intimo. Fare carriera militare nel corpo degli Alpini, ecco la soluzione, per sempre in montagna e con la dignità di un futuro ben remunerato e rispettato, anche dai suoi genitori.
Presa la decisione, finalmente esaudì il suo desiderio: marce, esercitazioni, pattugliamenti, corsi…ma tutto in montagna, finalmente! Dopo qualche anno prese il diploma: ora era militare a pieno titolo e poteva iniziare la carriera nel Corpo Militare degli Alpini. I primi tempi andarono bene: fu distaccato in un paesino di montagna al confine con la Francia e diventò sergente. Ma poi arrivarono i nostri giorni. Era già estate inoltrata quando arrivò un decreto ministeriale che così ordinava: «Il IV Corpo d’armata Alpino, in distaccamento presso la caserma del Comune di San Pietro è destinato per scopi di vigilanza ad affiancare la Polizia di Stato, per le ben note richieste di sicurezza etc…etc… A prendere servizio con decorso da Lunedì prossimo, nella città di Milano fino a nuovo ordine. Firmato: il Comandante dello Stato maggiore dell’Esercito Italiano Gen…».
Quindi la nostra storia arriva ad oggi e ritrova il povero Giovanni triste, di nuovo lontano dalle sue amate montagne a svolgere servizio in pieno centro cittadino: sorvegliare qualche extracomunitario, vera minaccia e pericolo per gli abitanti di Milano, secondo il Governo italiano.
É un giorno afoso di fine estate. Giovanni, con il cuore pieno di nostalgia, è di pattuglia in un parco cittadino quando il suo sguardo incrocia quello di Omar, un cosiddetto 'irregolare' che viene dal Perù. Là ha dovuto lasciare tutto, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita in un paesino sperduto tra le Ande. Omar è seduto su una panchina, lo sguardo disilluso, il cuore gonfio di rabbia e disperazione. Ad un tratto i loro sguardi si incrociano e per un istante le loro vite così lontane e diverse si accomunano. Entrambi però non sanno di avere già qualcosa in comune, qualcosa che li rende così simili, così vicini da sembrare fratelli: un amore sviscerato per la montagna che hanno dovuto abbandonare, il cuore triste e il desiderio che i loro sogni possano prima o poi realizzarsi nella vita.
 
Giampietro Tosoni

 
(9)
LA PIA VICENZINA
(di Mauro Viero)
 
La pia Vicenzina
giacea tra l’erbetta
Col moroso sospesa
a fatal paginetta
Distesa sott’ombre
Con occhio giulivo
Scorreva parole
Come placido rivo
Ristoro elargiva
Il cielo blu-flutti
Il sole splendeva
Sul prato di tutti
Quand’ecco dal fondo
Del Campo Marzìo
Appare un omone,
che paura mio Dio!
Fischietto alla bocca
Pistola in fondina,
già pronto è il blochetto
per la bella multina.
«Cos’ho fatto di male?»
invoca tremante,
«lei ha violato le leggi,
e norme altrettante»
«la norma è chiarissima,
la giacenza è vietata,
solo in piedi puoi stare,
e la sosta è salata!»
L’orizzonte ora muto,
interroga il vento:
«Qual è la ragione di
codesto evento?»
E il vento che pettina
le foglie dei tigli
racconta del fatto
tra mille bisbigli.
Leggeva distesa,
e il prato era verde,
il libro ora tace,
e la memoria si perde.
 
Mauro Viero



(10)
MARIPOSAS DE LA QUEBRADA
(di Eva Sbrindoloni)
 
Leggere, nel verde. Leggere, libere, innumerevoli, le farfalle argentine.
Arrivammo a Jujuy in una fresca mattina, all’inizio dell’estate, appena dopo Natale. In Argentina, si sa, le stagioni sono rovesciate. Oppure sono rovesciate qui da noi, nel Nord del mondo.

San Salvador de Jujuy è una bella città del Nord-Ovest argentino, non molto lontana da Salta. Tutto è verde, intorno. Le Ande sono vicinissime. E vicinissima è l’apertura della Quebrada de Humahuaca. Proprio la Quebrada è stata per noi una sorpresa grandissima, un sogno collettivo con ripetuti: “Guarda!”, “Che meraviglia”, “Ma non è possibile, non credo a quello che vedo!”...

La Quebrada si potrebbe forse definire la “spaccata”, ma il termine spagnolo-argentino è tanto più forte di quello italiano, è quasi violento. Provate a dire forte: Quebrada! Non sembra, la parola gridata, il rumore della roccia che si spacca, frana, precipita?

La grande spaccata è una valle andina, proprio una enorme ferita nelle immense montagne. Que
Ma non è tutto, non finisce così il quadro della Quebrada. Arrivando all’inizio dell’estate, e ancora più giù, arrivando da Salta o da Jujuy, milioni di farfalle bianche volano, corrono, volteggiano. Anche a Salta pare che nevichi, i fiocchi bianchi si rincorrono intorno ai campanili. Nella Quebrada, poi! Già lo scenario degli infiniti strati di roccia colorata suggerisce che si stia sognando. Immaginate poi la nevicata di milioni di farfalle bianche, sullo sfondo verde della valle, che si rincorrono e non cadono mai. Ci chiedevamo l’un l’altro: “Che cosa ci sorprende di più? Le pareti colorate delle montagne, o le infinite farfalle?” Ah, come dimenticare le farfalle, a milioni, leggere, nel verde.

Si sale, si sale, si arriva a Humahuaca, un paese di circa dodicimila abitanti, a quasi 3000 metri sul livello del mare. Le vie diritte, le case a uno o due piani, l’estrema semplicità, fanno di Humahuaca una tipica cittadina latinoamericana, cioè spagnola di campagna di qualche bel cinquantennio fa. Ma lungo quelle vie bisogna camminare adagio, ogni tanto fermarsi un poco: si è a 3000 metri!

Lì, nella tipica cittadina spagnola di campagna eccetera, ci attendeva un’altra sorpresa: Los Hijos de Humahuaca, grupo musical andino particolarmente fuerte y que trasmete mucha emociòn. Gli strumenti particolari della tradizione andina, le canzoni tipiche, la musica e il ritmo conquistano subito e restano per sempre nella mente e nel cuore. Los Hijos ce la mettono tutta, evidentemente, per coinvolgere ed emozionare noi nordici, specialmente suonando “El Condor pasa”. Non si può, alla fine, che acquistare il cd con la musica che si riascolterà a casa, con nostalgia.

Sì, il viaggio a Salta, a San Salvador de Jujuy, su per la Quebrada fino ad Humahuaca, è stato meraviglioso, imprevedibile e indimenticabile.

Ma perché - chiederà l’eventuale lettore – scrivi proprio di questo particolare viaggio? Perché tutto è nuovo e diverso anche per noi viaggiatori viaggianti, da Salta a Jujuy e su per la Quebrada fino a Humahuaca, ma soprattutto inaspettate sono le farfalle di fine primavera, a milioni, leggere, nel verde.
 
Eva Sbrindoloni

 
(11)
LESAR NEL VERDE…
Ballata vicentina
(di Arturo Gabanizza)
 
“Gino dame l’acordo,
sì cussì va ben…”
Voi dedicàr na balada
A Vicensa e ala gente vicentina…
Là dove dal Berico Monte
La Madona cuerse de cura e de bontà
la vita dela gente che vive in sta cità…
pàr ci gh’è nato e ci deventarà…
Vicensa, dove Romeo Montecio
g’à fato el so castel…
Dove Palladio g’à fato dei nobili palassi…
Vicensa là dove nela note scura
solo i gati, dei vicentini, g’à paura…
Ma in sti tempi
strane storie ghe sucede.
Du butei vicentini de contrada,
in un giorno de n’istà in declino
quando el sol el smorsa el so calor
e el se sposa co na bavesela
che te rinfresca el cor…
i lesea distesi sorà un prà
un libreto de storie,
forse d’amor…
Non so…
Quando na voçe cupa
de na guardia comuna
l
ghe sigà adosso “sa fasio qua?”
“savì che no se pol? Ch’el sindaco nol vol
bivacchi de foresti? “Bivacchi sa vol dir?”
“Nol fassa el mona iè 50 euro de multa…”
“El paga subito, lo fasso pal so ben…”
Penso a un poeta, na dona americana
che disea che “pàr far un prà
basta un fior, n’ape e un sogno,
el sogno bastarà se le api s’è poche…”
Me sa che pàr ste autorità
che vol dar sicuressa a ste cità,
gnanca el me sogno
el pol più bastàr…
Arturo Gabanizza (da Verona)


 
(12)
VICENZA ALLA MODA
Testo per canzone
(di Cencio Negretto Moroni)
 
C'è chi viene, c'è chi va,
nel paese del baccalà.
Di Vicenza si sa sempre tutto:
se c'è il bello, se c'è anche il brutto.
Se a Vicenza ti piace girar,
sappi che… guai a te riposar!
C'è chi viene, c'è chi va
nella città del baccalà.
Poi se arrivi da fuor, da lontano
ti squadriam come fossi un marziano.
Sei venuto qui per lavorar?
Altrimenti te ne devi andar!
C'è chi viene, c'è chi va
nella nazione del baccalà.
Tasse, multe ed attente ispezioni
son di moda come i fannulloni.
E se leggi un bel libro sul prato,
guardie arrivano col carro armato!
C'è chi viene, c'è chi va
nel continente del baccalà.
Tutto ha un costo, e fino a tal punto
che nel verde…nemmeno defunto!
Ed allora giù multe e ispezioni
con le tasse per i fannulloni!
C'è chi viene, c'è chi va
nel nostro mondo di baccalà.
Se paghiamo le multe, sdraiati,
loro pagano i bei carri armati!
Qui in città si fan tante ispezioni
più accurate che sui fannulloni!
C'è chi viene, c'è chi va
nel paese del baccalà.
Tutto a posto,
tutti in casa.
Nel verde nostro
solo erba rasa!
 
Cencio Negretto Moroni

 
(13)
FUGA DELLA ZIA PADANA
(di Eusebio Strizzaveneto)
 
Quant’è bella giovinezza,
che si fugge. Tuttavia
è fuggita anche mia zia
che non era una bellezza!
Se ne stava lì sul prato,
dentro un bel parco padano.
Era agosto un po’ avanzato,
lei aveva un libro in mano.
Sì, m’aspetto la domanda
del curioso e del guardone:
“Che leggeva zia Fernanda?
Era sola o col maschione?”
Con un libro era, distesa,
ed il titolo, “Il bavaglio”,
suggeriva una sorpresa:
era un libro di Travaglio.
Oh, che pace, lì nel verde!
Quant’è bella la lettura!
Non è tempo che si perde,
frequentando la cultura.
Ma d’un tratto, da una siepe,
saltò fuori un uomo nero:
dentro un posto da presepe
un momento di mistero!
“Sono qui, cara signora,
qui la becco e qui la multo.
Non m’importa se l’ignora,
e non v’è certo l’indulto:
è vietato già da un anno
stare a leggere sull’erba.
Se protesta si fa un danno
e risulta ch’è superba.
Se non paga, già l’avverto,
non andrà certo benone:
io l’arresterò di certo
e a finire andrà in prigione!”
E così, terrorizzata,
se ne andò lesta mia zia.
Non so dove sia scappata,
e non so più dove sia!
 
Eusebio Strizzaveneto


 
(14)
LA NONNA SESSANTOTTINA DI CAPPUCCETTO ROSSO
(di Angelina Rossastri)

 
È ora che si sappia la verità: Cappuccetto Rosso era una ragazza cattocomunista, la Nonna non era una vecchia ingenua ma un’intellettuale sessantottina, laureata in psicologia – 110 e lode - con una tesi sul complesso padano. E il Lupo era in realtà il signor Lupovsky, immigrato dell’Est, che si occupava di tutte le faccende appunto della Nonna. La signora aveva una semplice casetta nel bosco, dove andava a trascorrere le ferie e i fine settimana ma soprattutto a studiare.

Il 12 agosto 2008, la nostra dottoressa era appunto in ferie. Cappuccetto Rosso, sua nipote e ospite, stava leggendo Famiglia Cristiana. Lupovsky era in giro nel bosco in cerca di funghi.

La psicologa fece una breve ricerca nello scaffale dei libri non ancora letti, scelse il volume FASCI SURGELATI, de La Rosa Dei Veneti, Il Graffio Editore. Scese in giardino... Macchè giardino, la casa non aveva muretti né fili spinati intorno. Il giardino insomma era tutto il bosco, pur essendo della Nonna soltanto una fascia di due metri, e il resto proprietà del Comune di Ghirigònzole.

La Nonna sedette sull’erba all’ombra del nespolo e incominciò a leggere. Era arrivata a pag. 26 quando sentì le spalle pesare un po’ e pensò di sdraiarsi. Ah, che pace... Continuò a leggere...

Improvvisamente, un fischio! Babbo Natale, col sole alle spalle, veniva verso di lei: aveva un blocchetto di fogli in mano, e una penna biro. La Nonna si chiese, in un lampo... psicologico: orcamiseria, ho forse il complesso dei regali? Il libro che sto leggendo mi procura incubi?

Babbo Natale si avvicinò. Era sì panciuto, ma non vedendolo più controluce la nonna si accorse che era vestito di nero e senza barba bianca. Aveva un berretto importante, un fischietto appeso al collo... Insomma, era un vigile urbano (l’aggettivo “urbano” era in contrasto con l’ambiente boschivo, lo so!) con la pistola e il manganello alla cintola e con in mano appunto il blocchetto dei verbali delle contestazioni e la penna biro.

Il vigile si avvicinò alla Nonna e disse:
- Signora, lei sa bene che non è permesso sdraiarsi sull’erba a leggere libri! In questo momento solenne le commino una multa di € 187,45. Così impara!
- Una multa? Da quando le lettura è diventata illecita? E che male faccio all’erba, che non viene certo schiacciata e poi continuerà tranquillamente a crescere?
- Mi attengo alle disposizioni del Sindaco, signora. E non protesti, altrimenti apparirà sui giornali il titolo del libro che lei sta leggendo, lei verrà accusata di aggressione a pubblico ufficiale e la sua situazione precipiterà... L’avverto - e dovrebbe ringraziarmi! - che nei prossimi giorni sarà presentato in Parlamento un progetto di legge che trasformerà in reato la lettura di libri come questo! E il Vaticano rimetterà questi libri al pollice...
- Al pollice? Ma che cosa sta dicendo?
- Beh, ho sbagliato dito, che male c’è? Volevo dire all’indice. Anzi il grande Umberto alzerebbe il medio!...

- Ah, ma non è possibile! Siamo caduti così in basso? Povera Italia, come ti sei ridotta! Ah, poveri noi!

Cappuccetto Rosso, che poco lontano leggeva Famiglia Cristiana, sentendo il diverbio si avvicinò. Imprudentemente, portò con sé Famiglia Cristiana proprio con la copertina in evidenza. Babbo Natale... scusate, il vigile, prese atto della sovversiva rivista:
- Ah, ma allora è un vizio! Allora questa è una scuola di cattocomunismo! Non c’è ancora una legge, ma tra poco tutto questo sarà punito non con semplici multe ma con la prigione!

Che cosa poteva fare, a quel punto, la Nonna? Da sola, avrebbe anche deciso di resistere, avrebbe accettato perfino l’arresto. Ma poteva mettere in pericolo la nipote? Si rassegnò, pagò la somma di € 187,45 e si lasciò confiscare il volume FASCI SURGELATI, de La Rosa dei Veneti, Il Graffio Editore, e anche Famiglia Cristiana.

Fece quella scelta, la Nonna, pensando anche a Lupovsky, che altrimenti sarebbe rimasto senza lavoro e probabilmente – scoperto come collaboratore di sovversive – sarebbe stato espulso o internato in un Centro di Permanenza Temporanea (cpt) e forse anche in prigione.

Nei giorni successivi, i tre abitanti del bosco pettinarono l’erba intorno alla casetta, poi selezionarono tutti i libri e le riviste e nascosero quelli sovversivi in una parte della cantina che chiusero con un muro di mattoni. Chissà, forse presto o tardi sarebbero tornati i bei tempi e si sarebbe potuto ancora scegliere che cosa leggere, nell’erba.

Angelina Rossastri


 
 


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